Ogni volta che si parla di pacciamatura, salta fuori il telo.
Per molti è la soluzione furba. Stendi, fai i buchi, pianti, copri con corteccia o ghiaia e ti sembra di aver sistemato tutto.
Meno erbacce, meno lavoro, meno acqua, più ordine. Almeno così viene raccontata.
Io la vedo in modo molto diverso.
Dopo anni di studio, prove e lavori fatti sul campo, il mio pensiero è piuttosto chiaro: il telo pacciamante, lasciato sotto le piante come parte stabile dell’impianto, nella maggior parte dei casi serve a poco o crea più problemi di quelli che risolve. In certi casi è proprio una scorciatoia sbagliata.
Una di quelle cose che all’inizio sembrano furbe e dopo un po’ ti presentano il conto.
Questo non vuol dire che il telo sia sempre da bocciare.
Vuol dire che va capito bene il suo ruolo.
Per me ha senso quasi solo in un caso: come copertura provvisoria del suolo, prima della messa a dimora delle piante.
Lo stendi, lo lasci per alcuni mesi ad occultare il terreno, abbassi la pressione delle infestanti, poi lo togli prima di piantare.
E lo riusi altrove quando serve.
Questo sì che è un uso intelligente.
Soprattutto nell’orto, nelle zone dove vuoi mettere bulbose o erbacee perenni, oppure dove vuoi preparare bene il terreno senza combattere da subito con un’invasione di infestanti.
Qui il telo lavora come strumento temporaneo.
Fa il suo mestiere e poi sparisce.
Il problema nasce quando viene lasciato lì sotto per anni, come se fosse la base normale di un’aiuola, di una bordura o di un giardino intero.
Lì, per me, iniziano i guai.
Prima però conviene chiarire di cosa stiamo parlando, perché sotto il nome “telo pacciamante” finisce un po’ di tutto.
Ci sono i teli sintetici, spesso in polipropilene o materiali simili.
Sono quelli neri, scuri, intrecciati o compatti, che si vedono spesso nei vivai, nelle aiuole pubbliche e in tanti giardini privati.
Poi ci sono i teli biodegradabili, fatti con juta, cocco, cellulosa, canapa o altri materiali naturali destinati a degradarsi nel tempo.
E poi ci sono le vere pacciamature, quelle che telo non sono: cippato, foglie, paglia, compost, corteccia, lapillo, ghiaia.
Già qui c’è da fare una distinzione importante.
Pacciamare vuol dire coprire il suolo per proteggerlo.
Il telo è solo uno dei modi possibili.
E secondo me, nella maggior parte dei casi, non è il migliore.
Il motivo è semplice: un conto è coprire il terreno per qualche mese per prepararlo, un conto è sigillarlo sotto un materiale che resta lì per anni.
Sono due logiche diverse.
Nel primo caso usi il telo come aiuto temporaneo.
Nel secondo lo usi come stampella fissa. E io alle stampelle fisse in giardino credo poco.
Partiamo dall’uso che invece trovo valido.
Se hai un orto da avviare, un’aiuola nuova da preparare, una zona invasa da infestanti annuali o una superficie dove vuoi mettere a dimora bulbose o erbacee perenni, coprire il suolo per alcuni mesi può essere molto utile.
Il telo toglie luce, frena parecchio la crescita delle infestanti e ti permette di arrivare alla fase di impianto con un terreno più pulito e più gestibile.
Poi però lo togli. Prima di piantare, non dopo.
E soprattutto non lasciandolo sotto alle piante come se fosse la base del sistema.
Questo approccio mi piace perché è pratico, pulito e riutilizzabile.
Il telo non diventa parte del giardino.
È solo un attrezzo.
Un po’ come una carriola o una zappa. Serve in una fase, poi basta.
Nell’orto questa pratica la trovo molto sensata.
Anche nelle zone dove vuoi far partire bene bulbose e perenni senza troppa concorrenza iniziale.
In quel caso il telo ti aiuta a partire meglio, senza trasformare il suolo in una superficie chiusa e mortificata.
Il mio vero no, infatti, riguarda il telo lasciato in sede durante e dopo la messa a dimora.
Quella è la pratica che vedo fare ovunque e che trovo, nella maggior parte dei casi, povera di senso.
Ti dicono che serve per bloccare le erbacce.
Sì, certo. All’inizio.
Poi passa il tempo.
Sopra il telo si accumulano polvere, foglie, semi portati dal vento, terra, residui organici.
In pratica si forma un nuovo strato superficiale dove le infestanti tornano a nascere.
Quindi il problema non sparisce. Si sposta.
E spesso diventa pure più scomodo da gestire, perché le radici si infilano nella ghiaia, nella corteccia o nelle trame del telo e togliere tutto diventa più antipatico.
Poi ci sono le infestanti toste, quelle vere.
Gramigna, convolvolo, equiseto, sorghetta e simili.
Quelle non si impressionano più di tanto.
Magari rallentano un po’.
Magari trovano il bordo.
Magari spuntano dai fori dove hai piantato.
Magari camminano sotto e sbucano dove pare a loro.
Quindi anche la favola del “metto il telo e ho risolto le erbacce” regge poco.
Hai solo rinviato il problema.
Oppure l’hai nascosto per un po’.
Un altro argomento che viene tirato fuori spesso è il risparmio d’acqua.
Anche qui bisogna stare con i piedi per terra.
Coprire il suolo aiuta quasi sempre a limitare l’evaporazione.
Questo è vero. Però non tutte le coperture lavorano allo stesso modo.
Una pacciamatura organica protegge il terreno e intanto lo nutre.
Si trasforma, si integra, migliora la struttura, favorisce la vita del suolo.
Un telo sintetico no. Copre e basta. Separa. Chiude.
Non nutre nulla.
Non migliora nulla.
Non costruisce fertilità.
Non aiuta il suolo a diventare più vivo.
Al massimo lo tiene nascosto.
Ed è qui che si vede la differenza tra un giardino vivo e un giardino confezionato.
Se vuoi solo un colpo d’occhio pulito nel breve periodo, il telo ti può anche sembrare una gran trovata.
Se vuoi costruire un sistema che col tempo diventa più forte, più stabile e più autonomo, il discorso cambia parecchio.
Perché il punto, alla fine, è sempre quello: tu vuoi coprire il terreno o vuoi migliorarlo?
Sono due cose diverse.
Il telo lasciato sotto le piante, nella maggior parte dei casi, serve più a dare un’idea di ordine che a creare un equilibrio vero.
Fa comodo a chi consegna il lavoro pulito il giorno della foto.
Molto meno a chi quel giardino dovrà viverlo e gestirlo negli anni.
C’è anche un altro aspetto che a me pesa parecchio: l’effetto complessivo.
Spesso si vedono aiuole con telo sotto, ghiaia sopra e piante infilate nei fori.
All’inizio tutto lindo.
Dopo un po’ iniziano i problemi: il telo si scopre ai bordi, si lacera, si deforma, si vede qua e là, la ghiaia si sporca, le infestanti spuntano lo stesso, le piante crescono e i fori diventano stretti o mal fatti.
Il risultato finale è un giardino impacchettato.
Non vivo, non naturale, neppure davvero ordinato. Solo impacchettato.
E quando un giorno decidi di togliere quel telo, spesso ti viene voglia di piangere.
È pieno di terra, radici, ghiaia, residui, pezzi di corteccia, erbacce infilate dentro. Un lavoro scomodo, lungo e fastidioso.
Altro che soluzione pratica.
Per questo preferisco quasi sempre un’altra strada.
Preparare bene il suolo.
Scegliere piante adatte.
Piantare con la giusta densità.
Usare pacciamature organiche dove hanno senso.
Accettare che i primi tempi richiedano un minimo di cura.
E lasciare che col tempo sia il giardino stesso a chiudersi, a fare ombra, a occupare spazio, a diventare più stabile.
Questo per me è progettare con buon senso.
Il telo fisso, invece, troppo spesso è il segno opposto.
È il tentativo di risolvere con una coperta sintetica un problema che andrebbe affrontato con osservazione, progetto e pazienza.
Sia chiaro, non sto dicendo che ogni telo sia il male assoluto.
Sto dicendo che va usato bene e soprattutto va usato poco.
Se mi chiedi quando lo userei, ti rispondo così: lo userei volentieri come copertura provvisoria del suolo prima della messa a dimora, per alcuni mesi, con lo scopo di ridurre la pressione delle infestanti.
Lo userei nell’orto.
Lo userei in aree dove poi andranno bulbose o erbacee perenni.
Lo userei come attrezzo temporaneo.
E poi lo toglierei.
Sempre prima di piantare.
E se possibile lo riuserei altrove.
Se invece parliamo di lasciarlo sotto alle piante come parte fissa del giardino finito, la mia risposta è quasi sempre no.
Faccio una piccola eccezione solo in contesti molto specifici, per esempio certe scarpate difficili, con piante coprisuolo e uso di materiali biodegradabili.
Anche lì, però, l’idea deve restare la stessa: un aiuto iniziale, non una protesi permanente.
Se il materiale si degrada e accompagna la fase di partenza, lo capisco.
Se deve restare lì per anni come base del lavoro, smette di convincermi.
In fondo il punto è molto semplice.
Il telo ha senso quando ti aiuta a preparare il terreno.
Perde senso quando prende il posto del terreno.
Ed è esattamente qui che, secondo me, tanti sbagliano.
Perché un giardino sostenibile non nasce coprendo tutto e sperando che sotto non succeda niente.
Nasce leggendo il luogo, capendo il suolo, scegliendo le piante giuste e accompagnando il sistema finché non trova un suo equilibrio.
Il telo può aiutarti a partire.
Non può sostituire il pensiero.
E quando viene venduto come soluzione universale, definitiva e quasi miracolosa, io storco il naso.
Anzi, più che storcerlo, lo boccio senza troppi giri di parole.
Perché sul campo ho visto troppe volte lo stesso film: lavoro pulito all’inizio, problemi dopo, suolo povero, erbacce che tornano, materiali da smaltire, giardini rigidi e poco vivi.
Io preferisco un giardino vero.
Un giardino che magari chiede un po’ più di testa all’inizio, però poi ti restituisce più equilibrio, più bellezza e meno dipendenza da soluzioni finte.
Quindi sì, il telo può avere un suo perché.
Però solo come passaggio.
Solo come aiuto iniziale.
Solo prima della messa a dimora.
Quando invece resta lì sotto le piante, per me smette di essere una soluzione e diventa quasi sempre un errore.
Autore: Roberto Massai

Natural Garden Designer & Life Coach
