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Ieri sono tornato a casa stanco.

Stanco davvero.

Con la schiena un po’ piegata, le mani sporche e quella sensazione fisica che conosce bene chi ha passato qualche ora nell’orto.

Però era una stanchezza buona.

Di quelle che non ti svuotano soltanto, ma ti lasciano addosso anche una bella soddisfazione.

Avevo appena messo a dimora l’orto.

E per me l’orto non è una cosa qualunque. È la mia prima grande passione. Una di quelle passioni che non hanno bisogno di troppe spiegazioni, perché ti accompagnano così a lungo che a un certo punto diventano parte di te.

Da oltre 35 anni non ho mai saltato un anno.

In un modo o nell’altro, con più spazio o con meno spazio, con più tempo o con meno tempo, qualche piantina è sempre finita nella terra.

Pomodori, zucchine, peperoni, melanzane, insalate, basilico, prezzemolo, sedano, cipolle, fagiolini, fragole, aromatiche.

A volte un orto vero e proprio.
A volte poche piante messe dove c’era spazio.
A volte file ordinate.
A volte un piccolo caos verde che solo io riuscivo a decifrare.

Ma l’orto c’è sempre stato.

E credo che, se una cosa resta con te per più di trentacinque anni, qualcosa vorrà pur dire.

L’orto non è solo cibo

Quando si parla di orto, spesso si pensa subito al raccolto.

Quanti pomodori vengono.
Quante zucchine si portano in casa.
Quanto si risparmia.
Quanto cibo buono si mette in tavola.

Tutte cose vere, per carità.

In questi anni l’orto mi ha regalato quantità enormi di cibo sano, fresco, buono, raccolto al momento giusto. E chi ha mangiato almeno una volta un pomodoro appena colto dalla pianta sa bene di cosa parlo.

Non è solo una questione di sapore.

È proprio un’altra esperienza.

Prendi il pomodoro quando è maturo davvero, non quando deve resistere a un viaggio, a una cassetta, a un magazzino, a uno scaffale. Lo raccogli caldo di sole, lo tagli, ci metti magari un filo d’olio buono, un pizzico di sale, una foglia di basilico.

E lì capisci che certe cose semplici non sono affatto banali.

Però l’orto non è solo cibo.

O almeno, per me non lo è mai stato.

L’orto è un luogo dove impari.

Impari il tempo.
Impari l’attesa.
Impari l’umiltà.
Impari che la Natura collabora, ma non obbedisce.
Impari che puoi fare tutto bene e avere comunque una stagione difficile.
Impari che puoi sbagliare qualcosa e portare a casa comunque una bella sorpresa.

E questa, secondo me, è una delle sue lezioni più grandi.

Ogni anno sembra uguale, ma non lo è mai

A chi guarda da fuori, fare l’orto può sembrare una cosa ripetitiva.

Ogni anno prepari il terreno.
Ogni anno scegli le piantine.
Ogni anno trapianti.
Ogni anno bagni, pacciami, controlli, leghi, raccogli.

Vista così sembra quasi una routine.

In realtà ogni anno è diverso.

Cambia la primavera.
Cambia la pioggia.
Cambia il caldo.
Cambia il terreno.
Cambiano gli insetti.
Cambia anche il tuo modo di guardare le cose.

Ci sono anni in cui i pomodori partono come razzi e altri in cui sembrano offesi col mondo.

Ci sono stagioni in cui le zucchine diventano una presenza quasi invadente, tanto che inizi a regalarle a parenti, amici, vicini e forse anche a qualcuno che passa per caso davanti al cancello.

Poi ci sono gli anni strani.

Quelli in cui una pianta che davi per spacciata riparte.
Quelli in cui una varietà nuova ti stupisce.
Quelli in cui il basilico fa fatica.
Quelli in cui ti chiedi chi te l’ha fatto fare.
E quelli in cui, alla prima raccolta seria, ti ricordi benissimo perché lo fai.

L’orto ha questo potere: ti rimette dentro un ritmo reale.

Non quello delle notifiche, delle scadenze, delle corse continue.

Un altro ritmo.

Più antico.
Più lento.
Più concreto.

Tu fai la tua parte, poi devi aspettare.

E oggi, in un mondo dove vogliamo tutto subito, questa cosa ha quasi un valore rivoluzionario.

L’orto ti insegna che non comandi tutto

C’è un aspetto dell’orto che mi piace molto, anche se a volte fa arrabbiare.

L’orto ti ricorda che non comandi tutto.

Puoi preparare bene il terreno.
Puoi scegliere buone piantine.
Puoi trapiantare nel momento giusto.
Puoi pacciamare.
Puoi gestire l’acqua con attenzione.
Puoi osservare ogni giorno.

Ma non puoi decidere tutto tu.

Non puoi comandare il clima.
Non puoi fermare una grandinata.
Non puoi evitare ogni attacco di afidi.
Non puoi pretendere che una pianta cresca secondo il tuo calendario mentale.

E questa cosa, secondo me, fa bene.

Perché ti educa a stare dentro un rapporto, non dentro un controllo.

L’orto non è una macchina.

Non inserisci monete da una parte per avere zucchine dall’altra.

È un sistema vivo.

E come tutti i sistemi vivi ha bisogno di cura, tempo, ascolto, adattamento.

Forse è proprio qui che l’orto diventa qualcosa di più profondo di un semplice pezzo di terra coltivato.

Ti costringe a uscire dalla logica del “voglio, quindi ottengo”.

Ti porta in una dimensione diversa: preparo, provo, osservo, correggo, accolgo.

Non è poco.

La soddisfazione del cibo che nasce sotto i tuoi occhi

Poi, certo, c’è anche la parte più bella.

La raccolta.

Perché diciamolo: va bene la filosofia, va bene il contatto con la terra, va bene l’attesa, ma quando inizi a tornare in casa con il cestino pieno è tutta un’altra musica.

I primi pomodori maturi.
Le zucchine tenere.
Le melanzane lucide.
I peperoni che finalmente prendono colore.
Il basilico che profuma solo a sfiorarlo.
L’insalata raccolta poco prima di andare in tavola.

Sono piccole cose, ma piccole non lo sono affatto.

Perché dietro quel cibo c’è un legame.

Tu sai da dove viene.
Sai cosa hai dato.
Sai cosa non hai dato.
Sai che non hai dovuto forzare tutto con prodotti inutili.
Sai che quella verdura ha una storia, anche se semplice.

E questa storia, quando arriva nel piatto, si sente.

Magari non tutti se ne accorgono.
Magari qualcuno mangia e basta.
Ma chi coltiva lo sa.

Un pomodoro dell’orto non è solo un pomodoro.

È una mattina passata a sistemare le canne.
È una sera in cui sei andato ad annaffiare anche se eri stanco.
È la pacciamatura messa prima del caldo.
È la foglia osservata perché qualcosa non ti tornava.
È la scelta di aspettare un giorno in più prima di raccoglierlo.

Dentro quel pomodoro c’è tutto questo.

E forse è per questo che ha un altro sapore.

Anche pochi metri possono bastare

A volte sento persone dire:

“Mi piacerebbe fare l’orto, ma non ho spazio”.

Lo capisco.

Non tutti hanno un terreno.
Non tutti hanno un giardino grande.
Non tutti hanno il tempo o le forze per gestire un orto vero e proprio.

Però non sempre serve partire in grande.

Anzi, spesso è meglio partire in piccolo.

Qualche pianta di pomodoro.
Un paio di zucchine, se hai spazio.
Un vaso grande con aromatiche.
Un cassone rialzato.
Un angolo soleggiato del giardino.
Un terrazzo ben esposto.
Una piccola aiuola mista con ortaggi, fiori e piante utili.

L’orto non deve per forza essere perfetto.

Non deve sembrare uscito da una rivista.
Non deve avere file dritte al millimetro.
Non deve dimostrare niente a nessuno.

Deve funzionare per te.

Deve darti piacere, non diventare un’altra fonte di stress.

Perché anche tre piante di pomodoro possono insegnarti molto.

Anche un vaso di basilico può cambiare il modo in cui guardi il cibo.

Anche una piccola raccolta può darti una soddisfazione enorme.

Il punto non è fare l’orto più bello del paese.

Il punto è ricostruire un rapporto.

Con la terra.
Con le stagioni.
Con ciò che mangi.
Con il tempo necessario perché qualcosa cresca davvero.

L’orto sostenibile parte dall’osservazione

Naturalmente, per come vedo io il giardinaggio, anche l’orto dovrebbe essere il più possibile sostenibile.

Questo non significa complicarsi la vita.

Anzi, spesso significa il contrario.

Significa osservare prima di intervenire.
Significa conoscere il proprio terreno.
Significa usare bene l’acqua.
Significa proteggere il suolo.
Significa evitare di lasciare la terra nuda sotto il sole forte.
Significa usare pacciamature, compost, sostanza organica.
Significa favorire biodiversità, fiori utili, insetti predatori, piccoli equilibri.

Un orto sano non nasce dalla guerra continua contro tutto ciò che si muove.

Nasce da un ambiente che funziona.

Certo, qualche problema arriva sempre. Fa parte del gioco.

Ma se il terreno è vivo, se le piante non sono stressate, se non trasformiamo ogni insetto in un nemico da eliminare, spesso l’orto trova un suo equilibrio.

Non perfetto.

Vivo.

E vivo, quasi sempre, è meglio di perfetto.

Dopo 35 anni, ho ancora voglia di piantare

La cosa che mi colpisce di più è questa: dopo oltre 35 anni, ho ancora voglia di mettere le mani nella terra.

Potrei dire: ormai lo so fare.
Potrei dire: l’ho già fatto tante volte.
Potrei dire: quest’anno salto.

E invece no.

Ogni anno, quando arriva il momento giusto, qualcosa si muove.

Rivedo le cassette con le piantine.
Sento l’odore della terra.
Guardo il cielo, le temperature, le previsioni.
Inizio a pensare dove mettere cosa.

E riparto.

Forse perché l’orto, in fondo, non è mai solo una cosa pratica.

È memoria.
È abitudine buona.
È radice.
È un gesto che si ripete, ma che ogni volta porta qualcosa di nuovo.

E in un periodo storico in cui ci sentiamo spesso lontani dalla Natura, dal cibo, dalle stagioni e perfino dal nostro corpo, l’orto resta uno dei modi più semplici per tornare a terra.

Nel senso più bello del termine.

E tu, hai già messo a dimora qualcosa?

Ora però sono curioso.

Tu hai questa passione?

Hai già messo a dimora qualche piantina quest’anno?

Magari hai un orto vero e proprio.
Magari solo qualche vaso sul balcone.
Magari un piccolo angolo in giardino.
Magari stai ancora aspettando il momento giusto.

Pomodori, zucchine, peperoni, melanzane, insalate, basilico, aromatiche, fragole, fagiolini, cetrioli… qualsiasi cosa sia, mi piacerebbe saperlo.

Perché l’orto, anche quando lo facciamo da soli, crea sempre comunità.

Ci si scambia consigli.
Ci si raccontano errori.
Ci si regalano piantine.
Ci si lamenta del caldo, della pioggia, delle lumache.
Ci si vanta un po’ dei primi pomodori, anche se facciamo finta di niente.

E va bene così.

Perché dietro un orto c’è sempre molto più di un raccolto.

C’è un modo di stare al mondo.

Più lento.
Più concreto.
Più vicino alla vita.

Se ti va, raccontami cosa stai coltivando quest’anno.

E se hai un giardino, un orto o anche solo un piccolo spazio che vorresti rendere più sostenibile, più bello, più utile e più adatto a te, puoi scrivermi a:

robertomassai@giardinofuturo.it

Sarò felice di leggere la tua esperienza e, se serve, di aiutarti a capire come valorizzare al meglio il tuo spazio verde.

Perché il futuro del tuo giardino, e anche del tuo orto, dipende spesso dalle scelte che fai oggi.

Autore: Roberto Massai

Giardino Futuro - Roberto Massai Natural Garden Designer, Arboricoltore, Giardiniere.

Natural Garden Designer & Life Coach

Giardino Futuro - i 10 fondamenti del giardinaggio sostenibile

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