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Quanti di noi fanno davvero il lavoro che sognavano da bambini? E quanti, arrivati a vent’anni, avevano già chiara la direzione della propria vita?

Io no.

Per parecchio tempo non ho avuto una grande vocazione, una passione precisa, una meta capace di tirarmi giù dal letto la mattina. Avevo voglia di fare, questo sì. Avevo energia, curiosità, una certa capacità di imparare e anche quella buona dose di resistenza che poi, negli anni, mi avrebbe aiutato parecchio. Ero uno studente bravo, uno di quelli da cui magari gli altri si aspettano qualcosa, anche se nessuno sa bene cosa.

Il punto è proprio questo: quando non sai cosa vuoi fare, spesso non scegli davvero. Ti orienti per esclusione, segui la strada che sembra più logica, più sicura, più comprensibile per chi ti sta intorno.

Io feci ragioneria così. Non perché sognassi fatture, bilanci, uffici e scadenze, ma perché sembrava una scelta sensata. Una scuola concreta, utile, spendibile. Una di quelle decisioni che gli adulti capiscono e che non devi difendere troppo.

Poi arrivò una breve esperienza di scuola-lavoro e lì mi bastò poco per capire una cosa: io un lavoro d’ufficio non lo avrei mai fatto.

Non perché ci sia qualcosa di sbagliato, ci mancherebbe. Per tante persone può essere la strada giusta. Per me no. Mi vedevo seduto, chiuso, dentro una routine che mi avrebbe spento piano piano, e forse lo capii ancora prima di riuscire a spiegarlo bene.

Il problema è che capire cosa non vuoi non significa sapere cosa vuoi.

Dopo il diploma, infatti, non mi si aprì davanti una strada luminosa. Non ci fu nessuna scena da film, nessuna intuizione geniale, nessun momento in cui tutto divenne chiaro.

Finii nel bosco.

Taglio legna, pali di castagno, scope di erica, freddo, caldo, quintali da spostare, mani rovinate e schiena che la sera te la ricordi bene.

Dieci anni nel bosco

Ho fatto il boscaiolo per circa dieci anni, e voglio dirlo subito: non rinnego quel lavoro. Mi ha formato più di tante altre cose.

Mi ha insegnato la fatica vera, quella che non puoi raccontare con due frasi eleganti, perché ha un odore, un peso, un rumore. Mi ha insegnato il corpo, il limite, il valore delle cose concrete. Mi ha tolto parecchie illusioni e mi ha dato una specie di radice ruvida, che ancora oggi mi porto dietro quando parlo di natura, giardini e sostenibilità.

Perché la natura, vista dal bosco, non è solo poesia. È bellezza, certo, ma è anche peso, rischio, tagli, ricrescita, attesa, mani sporche e decisioni pratiche. Forse è anche per questo che faccio fatica a parlare di verde come se fosse solo decorazione.

Il problema, però, non era fare un lavoro duro. Il problema era non sapere per cosa stessi facendo tutta quella fatica.

E questa, col tempo, è diventata per me una distinzione enorme: c’è una fatica che ti costruisce e una fatica che ti consuma. Da fuori possono somigliarsi. In entrambi i casi ti alzi, lavori, fai il tuo dovere e torni a casa stanco. Ma dentro cambia tutto.

Se hai una direzione, anche una fatica dura può diventare strada. Se non ce l’hai, dopo un po’ diventa solo resistenza.

Io, per tanti anni, sono stato bravo a resistere.

E qui c’è una cosa che ho capito solo dopo: essere bravi a resistere non è sempre un vantaggio. A volte ti salva, certo. Ti permette di attraversare periodi difficili, di non mollare alla prima salita, di fare quello che va fatto anche quando non ne hai voglia. Ma se diventi troppo bravo a resistere, rischi di restare per anni in una situazione che non ti somiglia più.

Ti abitui.

Ti dici che va bene così.

Ti racconti che ormai è andata.

E magari da fuori sembri pure una persona solida, concreta, affidabile. Dentro, però, senti che non stai costruendo davvero qualcosa di tuo. Stai solo andando avanti.

Il primo segnale è arrivato dall’orto

A un certo punto, mentre lavoravo nel bosco, iniziai anche a coltivare l’orto per uso familiare. Una cosa semplice, concreta, senza grandi teorie dietro.

Però lì sentivo qualcosa di diverso.

Mettere un seme nella terra e vedere crescere cibo aveva un altro sapore. Non era solo lavoro. Non era solo fatica. Era generare qualcosa. Era accompagnare un processo vivo.

Nel bosco spesso tagliavo, spostavo, caricavo. Nell’orto osservavo, aspettavo, curavo. Il tempo era diverso, la fatica era diversa, il risultato era diverso.

Non è che in quel momento abbia pensato: “Ecco, ho trovato la mia strada”. Magari fosse così semplice.

Però qualcosa si muoveva.

Un segnale debole.

E i segnali deboli, nella vita, spesso li sottovalutiamo. Li trattiamo come passatempi, come cose secondarie, come piccoli interessi da rimandare a quando avremo tempo. Ma il tempo, se aspetti che avanzi, non arriva quasi mai.

Poi un giorno vidi una ditta di giardinaggio che faceva potature e abbattimenti vicino casa mia. Andai a curiosare, feci domande, mi avvicinai.

E lì vidi una possibilità.

Non ancora una vocazione. Non ancora una direzione piena. Più che altro una porta socchiusa.

L’idea che potesse esistere un lavoro all’aperto, concreto, manuale, ma anche tecnico, creativo, vario. Un lavoro in cui usare le mani, certo, ma anche la testa.

E forse anche il cuore, anche se allora non l’avrei detta così.

Il giardinaggio mi ha cambiato lo sguardo

Da lì iniziai a studiare. Libri, corsi, pratica, tentativi, errori.

Soprattutto errori.

Perché quando impari davvero qualcosa, sbagli. E certi errori ti restano addosso più di tante lezioni.

Ricordo una potatura fatta male. Una di quelle cose che, quando ci ripensi, ti dà ancora un po’ fastidio. Lì puoi fare due cose: ti giustifichi, oppure impari.

Io mi chiesi: “Come posso fare meglio?”

Da quella domanda arrivò il tree climbing. Corde, imbracature, alberi, tecnica, rischio, responsabilità.

Il tree climbing mi cambiò molto, perché salire su un albero ti obbliga a vederlo in modo diverso. Non lo guardi più solo da sotto, come una massa verde da contenere o da sistemare. Ci entri dentro. Ne senti la struttura, le tensioni, le ferite, gli equilibri.

Capisci che davanti non hai un oggetto ornamentale.

Hai un essere vivente complesso.

Questa cosa oggi mi sembra naturale, ma non lo era affatto. Anzi, credo che uno dei problemi del giardinaggio moderno sia proprio questo: abbiamo imparato a guardare le piante come elementi d’arredo.

Le mettiamo dove stanno bene. Le potiamo quando danno fastidio. Le cambiamo quando non fanno più scena. Le forziamo a stare dentro un’immagine che abbiamo in testa.

Ma una pianta non è un mobile. Un albero non è un palo verde. Un giardino non è una scenografia.

È un sistema vivo.

E quando inizi a vederlo così, cambia tutto.

Un giardino lasciato a caso cresce lo stesso

C’è una cosa che il giardino mi ha insegnato e che vale anche fuori dal giardino: se lasci un pezzo di terra a sé stesso, qualcosa cresce comunque.

La natura non aspetta il nostro permesso. Crescono erbe spontanee, rovi, arbusti, piante portate dal vento, semi arrivati chissà da dove. La vita, in qualche forma, prova sempre a occupare lo spazio.

Ma non è detto che cresca ciò che desideri.

Non è detto che nasca un equilibrio utile. Non è detto che quello spazio diventi abitabile, bello, sano, adatto alle persone che lo vivono.

Ecco, secondo me anche la vita funziona un po’ così.

Se la lasci andare a caso, qualcosa cresce lo stesso. Passano gli anni, prendi abitudini, fai lavori, incontri persone, scegli strade, ti adatti, metti radici da qualche parte.

Ma non è detto che cresca qualcosa che ti somiglia davvero. Non è detto che la direzione sia tua. Non è detto che tu stia costruendo. Magari stai solo andando avanti.

Questa consapevolezza è arrivata tardi, per me. Forse anche per questo oggi non riesco a vedere un giardino solo come uno spazio da sistemare.

Quando entro in un giardino vedo sempre qualcosa di più. Vedo scelte, errori, fretta, attese mancate, piante messe dove non possono vivere bene, acqua sprecata, suolo trattato come supporto inerte. Vedo desideri del proprietario, mode del momento, soluzioni preconfezionate, paure, abitudini.

E vedo anche possibilità.

Perché un giardino può sempre cambiare. Non sempre in modo rapido, non sempre come vorremmo, non sempre senza costi. Ma può cambiare.

Se lo osservi.

Se togli quello che soffoca.

Se prepari il terreno.

Se scegli piante adatte.

Se accetti il tempo.

Se smetti di pretendere tutto e subito.

La direzione si coltiva

Forse Giardino Futuro nasce proprio da qui: dal desiderio di parlare di giardini in modo diverso.

Non come spazi da esibire, non come cartoline verdi, non come luoghi da tenere in piedi a forza di acqua, concimi, chimica e manutenzioni continue.

Ma come luoghi vivi.

Spazi dove bellezza, utilità, biodiversità, ombra, suolo, acqua, cibo e benessere possono tornare a dialogare.

Un giardino sostenibile non è un giardino lasciato andare. Questa è una delle confusioni più grandi. Sostenibile non vuol dire abbandonato. Naturale non vuol dire casuale. Bassa manutenzione non vuol dire nessuna cura.

Un giardino sostenibile richiede osservazione, scelte, conoscenza, pazienza e direzione.

Non controlli tutto, perché la natura non si controlla. Però orienti.

E questa parola mi piace molto: orientare.

Orientare non significa comandare, forzare o imporre una forma rigida. Significa capire dove sei, quali condizioni hai, che cosa può crescere bene lì, che cosa va tolto, che cosa va protetto, che cosa merita tempo.

Forse è per questo che il giardino è diventato per me molto più di un lavoro. È diventato un modo di guardare le cose.

Anche la mia storia, se la guardo oggi, somiglia più a un giardino che a una strada dritta. C’erano parti disordinate, parti dure, parti lasciate a caso, parti che sembravano inutili e invece erano radici.

Il bosco, l’orto, gli alberi, gli errori, le piante, la fatica, la divulgazione.

Niente era lineare mentre lo vivevo. Ma col tempo alcuni pezzi hanno iniziato a parlarsi.

La direzione non è solo arrivare

C’è poi un altro aspetto che il giardino mi ha insegnato, forse uno dei più difficili da accettare: la direzione non vale solo per la meta, ma anche per il tragitto.

Noi spesso ragioniamo come se il valore fosse tutto nell’arrivo.

Quando avrò quel lavoro.

Quando avrò quel giardino finito.

Quando avrò quella casa sistemata.

Quando avrò raggiunto quell’obiettivo.

Quando finalmente sarò arrivato.

Ma la vita, come un giardino, non funziona così.

Un giardino non è mai davvero finito. Puoi progettarlo, piantarlo, curarlo, accompagnarlo, ma poi lui cresce, cambia, reagisce alle stagioni, al clima, agli errori, alle cure, agli imprevisti.

Anche quando hai una direzione chiara, devi comunque attraversare il tempo.

E forse è proprio lì che sta il valore: non solo nel risultato finale, ma in ciò che impari mentre ci arrivi.

Impari a osservare. Impari ad aspettare. Impari a correggere senza buttare via tutto. Impari che alcune cose non si possono forzare. Impari che la fretta spesso rovina ciò che la pazienza avrebbe fatto maturare.

Nel giardino questa cosa è evidente.

Se vuoi tutto e subito, rischi di piantare troppo fitto, scegliere piante già grandi ma stressate, irrigare troppo, concimare troppo, potare male, inseguire il pronto effetto. Magari ottieni una bella immagine iniziale, ma spesso costruisci un problema futuro.

Nella vita non è molto diverso.

Se hai fretta di arrivare, rischi di perdere quello che il tragitto ti deve insegnare. Rischi di trattare ogni fase intermedia come un fastidio, ogni rallentamento come un fallimento, ogni deviazione come tempo perso.

Ma non sempre è così.

A volte una deviazione ti prepara. A volte un errore ti educa. A volte una fase faticosa ti dà strumenti che userai anni dopo. A volte un tratto che sembrava inutile diventa radice.

Io oggi riesco a vedere così anche i miei anni nel bosco. Per molto tempo li ho considerati quasi una parentesi pesante, una specie di strada obbligata prima di trovare altro. Col tempo ho capito che non erano solo fatica. Mi hanno insegnato cose che poi sono tornate nel giardinaggio, nella divulgazione, nel modo in cui guardo la natura e nel modo in cui parlo di sostenibilità.

Non erano l’arrivo.

Erano parte del viaggio.

E forse il punto è proprio questo: avere una direzione non significa correre verso un traguardo e disprezzare tutto ciò che c’è in mezzo. Significa camminare con più senso, sapendo che anche il tragitto ti sta formando.

La pazienza, allora, non è stare fermi.

È dare tempo alle cose giuste di crescere.

Non ho trovato subito la strada. L’ho costruita

Se c’è una cosa che non vorrei mai far passare, è l’idea della vocazione come fulmine improvviso.

Alcune persone ce l’hanno, forse. Sanno presto cosa vogliono fare, sentono una direzione chiara, hanno una passione forte fin da giovani.

Beati loro.

Lo dico senza ironia.

Avere una passione chiara è anche un privilegio, perché se sai dove vuoi andare, la fatica pesa in modo diverso. Non sparisce, ma ha più senso.

Io questa fortuna non l’ho avuta. O forse non l’ho saputa ascoltare presto.

Ci sono arrivato per strade storte: prima con la fatica, poi con l’orto, poi con il giardinaggio, poi con gli alberi, poi con la divulgazione.

Oggi, quando registro un episodio di Giardino Futuro, quando scrivo un articolo o quando parlo con qualcuno del suo giardino, sento che tutti quei pezzi sono ancora lì.

Non sono scomparsi.

Il boscaiolo è ancora lì. Lo studente che aveva scelto per esclusione è ancora lì. Il giardiniere che ha fatto errori è ancora lì. Il tree climber che ha imparato a guardare gli alberi da dentro è ancora lì.

Non li ho buttati via.

Ho provato a dare loro una direzione.

E forse è questa la parte più importante: cambiare strada non significa cancellare quella vecchia. Significa usarla meglio. Significa prendere ciò che ti ha insegnato e smettere di fartene tenere prigioniero.

Per anni ho pensato di aver perso tempo. Oggi non ne sono più così sicuro.

Alcuni tratti della strada non erano la meta, ma mi stavano preparando a riconoscerla.

Perché ti racconto tutto questo?

Perché spesso, quando parlo di giardino sostenibile, sembra che io stia parlando solo di piante.

In realtà no.

Parlo di piante, certo. Parlo di acqua, suolo, biodiversità, ombra, manutenzione, scelte progettuali, materiali, clima. Ma sotto c’è anche altro.

C’è un modo di stare al mondo.

C’è il rifiuto del pronto effetto a tutti i costi. C’è la diffidenza verso le soluzioni finte, quelle che sembrano risolvere tutto e poi creano altri problemi. C’è il rispetto per i tempi lunghi. C’è l’idea che non tutto ciò che cresce vada controllato, ma nemmeno lasciato a caso.

C’è la convinzione che prima di intervenire serva osservare, che prima di piantare serva capire il terreno, che prima di comprare l’ennesima pianta serva chiedersi che cosa stiamo cercando davvero.

Forse il mio percorso personale mi ha portato proprio qui: a non vedere il giardino come una cosa da riempire, ma come uno spazio da ascoltare.

A non vedere la natura come arredo, ma come relazione.

A non vedere la sostenibilità come moda, ma come necessità concreta.

E sì, forse anche a non vedere la vita come una linea dritta.

Perché a volte ci arrivi tardi. A volte sbagli strada. A volte lavori per anni senza sapere bene dove stai andando. A volte ti sembra di aver perso tempo.

Poi un giorno guardi indietro e scopri che alcuni pezzi, se li sai leggere, possono diventare radici.

Non sempre.

Non tutto.

Non voglio raccontare favole.

Ma qualcosa sì.

Anche un giardino può cambiare strada

Un giardino sbagliato non è per forza condannato.

Un giardino troppo assetato può diventare più sobrio. Un prato inutile può lasciare spazio a piante più adatte. Una siepe monotona può diventare una siepe viva. Un terreno stanco può tornare a respirare. Un angolo abbandonato può diventare un piccolo rifugio di biodiversità.

Certo, serve tempo.

Serve pazienza.

Serve anche il coraggio di ammettere che alcune scelte non funzionano più.

Ecco, forse anche noi siamo un po’ così.

Non siamo condannati per sempre dalla prima strada che abbiamo preso. Possiamo cambiare, orientare meglio, togliere qualcosa, piantare altro. Possiamo smettere di pretendere risultati immediati e iniziare a costruire qualcosa di più vivo.

Non sempre sarà facile, non sempre sarà rapido e non sempre verrà come avevamo immaginato.

Ma questo, in fondo, è il bello dei giardini.

E forse anche della vita.

Crescono davvero solo quando smettiamo di trattarli come oggetti da controllare e iniziamo a considerarli processi vivi da accompagnare.

Per questo oggi, quando parlo di Giardino Futuro, non penso solo al giardino che hai fuori casa. Penso anche al modo in cui scegli di stare dentro quel giardino, al tempo che gli concedi, all’acqua che decidi di usare o risparmiare, alle piante che scegli, alla vita che permetti di entrare, alla pazienza che sei disposto a coltivare.

Perché un giardino, se lo guardi bene, ti fa sempre una domanda.

Non solo: “Che cosa vuoi piantare?”

Ma anche:

“Che cosa vuoi far crescere davvero?”

E forse questa è una domanda che vale la pena portarsi dietro anche quando usciamo dal giardino.

Autore: Roberto Massai

Giardino Futuro - Roberto Massai Natural Garden Designer, Arboricoltore, Giardiniere.

Natural Garden Designer & Life Coach

Giardino Futuro - i 10 fondamenti del giardinaggio sostenibile

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