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Ci sono scene che ti restano addosso.

Non perché siano rare. Peggio.

Perché sai che non sono rare affatto.

Qualche giorno fa sono andato a fare una consulenza per un nuovo giardino in un agriturismo nel Chianti.

Uno di quei posti che, appena arrivi, ti fanno pensare che il paesaggio toscano abbia ancora una forza tutta sua.

Colline morbide, luce bella, filari, muri in pietra, silenzio.

Il classico quadro che funziona anche senza cornice.

Poi ho alzato gli occhi verso l’oliveta che costeggiava la proprietà.

E lì mi si è stretto qualcosa dentro.

Sembrava ci fosse passato un uragano.

A terra c’era una distesa di chiome.

Rami ovunque.

Tagli grossi fatti di motosega.

Piante svuotate, smontate, quasi irriconoscibili.

Più che una potatura, dava l’idea di una demolizione.

Ho chiesto al proprietario cosa fosse successo.

Mi ha risposto, con la massima tranquillità, che era passata una squadra di potatori per riformare e ringiovanire le piante.

Ecco. Ogni tanto certe parole fanno più danni delle motoseghe.

Perché “riformare” e “ringiovanire” sono termini che hanno un senso.

Il guaio nasce quando diventano il paravento dietro cui si nascondono tagli sbagliati, fretta, approssimazione e una visione rozza del lavoro sull’albero.

Il problema non è potare tanto. Il problema è potare male

Sia chiaro: ci sono casi in cui un olivo richiede un intervento forte.

Può capitare con piante trascurate per anni.

Può servire quando la chioma è diventata ingestibile.

Può avere senso in una vera opera di recupero, quando esiste un obiettivo chiaro e quando chi interviene sa dove vuole portare la pianta nei prossimi anni.

Quindi il punto non è scandalizzarsi a priori davanti a una potatura energica.

Il punto è capire se quell’intervento ha una logica.

Da quello che ho visto, lì la logica sembrava assente. O almeno molto debole.

Perché una cosa è alleggerire una chioma, ricostruire una struttura, riportare luce e aria dentro la pianta.

Un’altra è entrare con la motosega e lasciare dietro di sé un campo di battaglia.

Quando trovi tagli grossi, distribuiti male, fatti senza rispetto per la fisiologia della pianta, il rischio è quasi sempre lo stesso: si interviene in modo brutale oggi e si crea un problema più grosso per domani.

Il grande equivoco: tanto legno a terra uguale lavoro fatto bene

Questo è uno dei malintesi più diffusi nel verde.

Molti proprietari vedono una montagna di rami a terra e pensano: questi sì che hanno lavorato.

Capisco anche il perché. L’occhio associa la quantità di materiale tolto all’idea di impegno, fatica, risultato.

Sembra quasi che il valore del lavoro dipenda dal volume di chioma abbattuta.

In realtà, molto spesso, è il contrario.

Un bravo potatore non si giudica da quanto legno lascia sotto la pianta. Si giudica da quello che lascia sopra.

Dalla struttura che resta.
Dall’equilibrio che crea.
Dalla lettura che ha saputo fare della pianta.
Dalla capacità di togliere il giusto, nel punto giusto, al momento giusto.

Il lavoro fatto bene non sempre impressiona chi guarda da lontano.

A volte è quasi discreto. Non fa scena. Non urla.

Però regge nel tempo.

Il lavoro fatto male, invece, spesso fa colpo subito.

Tagli netti, grossi, visibili.

Pianta trasformata in poche ore.

Senso di “pulito”.

Poi arrivano gli anni successivi e comincia il conto.

Cosa rischia un olivo trattato così

Quando un olivo subisce uno stress forte e mal gestito, le conseguenze possono essere molte.

La prima, quasi scontata, è una risposta vigorosa e disordinata.

La pianta prova a reagire emettendo ricacci forti, spesso dritti, affastellati, poco utili a costruire una chioma equilibrata.

Da fuori qualcuno potrebbe persino dire: guarda come ha ripreso bene.

In realtà, spesso, è solo una reazione di sopravvivenza.

Il secondo problema è che una pianta mutilata perde ordine.

E quando perde ordine, richiede più interventi futuri. Non meno.

Quindi la potatura drastica fatta “per sistemare tutto una volta per sempre” molto spesso ottiene il contrario: crea altro lavoro, altra confusione, altra necessità di correzione.

Poi ci sono le ferite grandi. E le ferite grandi, sugli alberi, non sono un dettaglio.

Più un taglio è grosso, più il processo di chiusura è lungo, difficile e delicato.

Più cresce il rischio che quel punto diventi un’area debole, esposta, vulnerabile.

C’è poi un danno meno tecnico e più paesaggistico, che in un luogo come un agriturismo ha un peso enorme.

Un’oliveta non è solo una somma di piante produttive.

È parte dell’identità del posto.

È atmosfera. È paesaggio. È valore percepito.

Quando la tratti male, non stai solo stressando degli alberi.

Stai impoverendo il carattere di un luogo.

E questa, per me, è forse la parte più triste.

Ringiovanire non vuol dire azzerare

Ogni tanto nel verde passa l’idea che per rinnovare serva quasi distruggere.

Vale per gli olivi.
Vale per gli arbusti.
Vale per certe siepi.
Vale perfino per i giardini interi.

Come se il gesto forte, drastico, definitivo fosse di per sé una prova di competenza.

Io la vedo in modo opposto.

Ringiovanire una pianta non vuol dire cancellarla e costringerla a ripartire da zero.

Vuol dire accompagnarla verso un nuovo equilibrio.

Vuol dire leggere bene la sua forma, i suoi limiti, il suo stato reale.
Vuol dire capire cosa tenere, cosa togliere, cosa favorire.
Vuol dire avere pazienza.

La pazienza, nel lavoro sulle piante, conta più della motosega.

Solo che la pazienza non fa rumore. Non impressiona.

Non produce mucchi enormi di ramaglie da mostrare come trofeo.

E allora spesso passa in secondo piano, anche quando sarebbe la scelta più saggia.

L’olivo non è un palo da gestire a colpi di sega

L’olivo ha una sua biologia, una sua capacità di risposta, una sua architettura.

Può sopportare molto, è vero. È una pianta generosa, tenace, rustica.

Ma proprio questa sua resistenza porta tanti a esagerare.

Siccome “tanto l’olivo ricaccia”, allora si pensa di potergli fare qualsiasi cosa.

È un ragionamento pericoloso.

Il fatto che una pianta sopravviva non significa che il lavoro sia stato buono.

Anche una persona può sopravvivere a una cura sbagliata. Questo non rende la cura corretta.

L’olivo ricaccia, sì. Spesso lo fa con forza.

Però la domanda giusta non è: ricaccerà?

La domanda giusta è: ricaccerà nel modo utile a costruire una pianta sana, equilibrata, gestibile e bella nei prossimi anni?

Sono due cose molto diverse.

In un agriturismo il danno pesa ancora di più

Qui entra in gioco un tema che spesso passa sotto traccia.

In un agriturismo, il verde non è solo contorno.

È parte dell’esperienza.

Chi arriva in un luogo del genere cerca anche un paesaggio credibile, armonioso, vivo.

Vuole respirare un certo rapporto con la terra.

Vuole vedere coerenza tra il contesto e il modo in cui quel contesto viene curato.

Un’oliveta massacrata racconta il contrario.

Racconta fretta.
Racconta scarsa sensibilità.
Racconta una distanza dal paesaggio che, in un posto votato all’accoglienza rurale, stride parecchio.

Non sto dicendo che ogni agriturismo debba diventare un manuale vivente di arboricoltura.

Sto dicendo che il modo in cui gestisci alberi, suolo, acqua e spazi verdi parla di te, anche quando non te ne rendi conto.

E parla più di tante brochure.

Come riconoscere una potatura dell’olivo fatta con criterio

Chi non è del mestiere spesso si sente in difficoltà. Lo capisco.

Davanti a una squadra che arriva con attrezzi, sicurezza e linguaggio tecnico, è facile fidarsi.

Anche quando sarebbe il caso di fermarsi un attimo.

Allora provo a dire alcune cose semplici.

Una potatura fatta con criterio di solito non punta a svuotare la pianta. Punta a darle equilibrio.

Non cerca il colpo di scena. Cerca una struttura leggibile.

Non moltiplica i tagli grossi se può evitarli.

Non smonta tutto in una volta.

Non tratta tutte le piante allo stesso modo, come se fossero uguali.

Non ragiona solo sul presente, ma su come la pianta reagirà nei prossimi anni.

E soprattutto non lascia l’impressione che la pianta sia stata punita.

Questa forse è la sintesi più chiara di tutte: una buona potatura si vede quando l’albero resta un albero. Non un moncone in attesa di miracolo.

Prima di affidare i tuoi olivi, fai queste domande

Se hai degli alberi, ornamentali o anche da frutto, qualche domanda conviene farla prima dei lavori.

Chiedi quale obiettivo ha l’intervento.
Chiedi come cambierà la pianta nei prossimi due o tre anni.
Chiedi se prevedono tagli grossi e perché.
Chiedi se intervengono allo stesso modo su tutte le piante o se leggono caso per caso.
Chiedi, soprattutto, se il loro scopo è semplificare la pianta o amputarla.

E poi osserva come parlano degli alberi.

Chi lavora bene di solito non parla di “dare una ripulita” come se stesse passando la scopa in magazzino.

Ha un linguaggio più preciso, più rispettoso, più aderente alla realtà della pianta.

Può sembrare un dettaglio.

Spesso non lo è.

Il gesto forte colpisce. Il gesto giusto dura

Tornando a quella scena nel Chianti, la sensazione che mi è rimasta è una sola: si continua a scambiare la violenza per efficacia.

Succede nella potatura.
Succede nella gestione dei giardini.
Succede in mille altri ambiti.

Si pensa che per sistemare qualcosa serva sempre un colpo duro, netto, risolutivo.

Poi la Natura, con i suoi tempi e le sue leggi, ci ricorda che le scorciatoie si pagano.

Io continuo a credere che il buon giardinaggio abbia più a che fare con l’osservare che con il forzare.

Più con il capire che con il dominare.

Più con il guidare che con il tagliare a caso.

Una buona potatura dell’olivo non è quella che ti fa dire “ammazza quanto hanno tolto”.

È quella che, tra qualche anno, ti fa dire “queste piante stanno bene”.

Ed è una differenza enorme.

Cosa portarti a casa da questa storia

Se dovessi stringere tutto in poche righe, direi questo.

Una potatura drastica  raramente può avere senso, in casi precisi, anche nelle mani giuste.

Non basta togliere tanto per fare bene.

Anzi, spesso è il modo più rapido per creare stress, ricacci confusi, ferite inutili e nuovo disordine.

L’olivo è resistente, sì, ma non per questo va trattato senza criterio.

Se hai dei dubbi, guarda meno la quantità di rami a terra e più la qualità della struttura rimasta sulla pianta.

È lì che si capisce quasi tutto.

Se ti è capitato di vedere potature dell’orrore su olivi, fruttiferi o alberi ornamentali, scrivimelo.

Perché temo che questo archivio, purtroppo, sarebbe molto più ricco del dovuto.

Autore: Roberto Massai

Giardino Futuro - Roberto Massai Natural Garden Designer, Arboricoltore, Giardiniere.

Natural Garden Designer & Life Coach

Giardino Futuro - i 10 fondamenti del giardinaggio sostenibile

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